Il 9 aprile del 1966 arriva al Tribunale di Palermo, all’Ottava Sezione dell’Ufficio Istruzione, un giovane magistrato: Rocco Chinnici. viagrasansordonnancefr.com Giovane, ma di esperienza ne ha già tanta. Dodici anni pretore a Partanna, in provincia di Trapani. Dodici anni trascorsi amministrando giustizia – penale e civile – in mezzo alla gente, come piace a lui. Chinnici era nato a Misilmeri, alle porte di Palermo, il 19 gennaio 1925, aveva studiato a Palermo, completando gli studi superiori negli anni della Seconda Guerra Mondiale presso il Liceo Classico Umberto I. A Palermo aveva frequentato la Facoltà di Giurisprudenza delll’Università mentre, per dare sostegno economico alla propria famiglia nei difficilissimi anni del Dopoguerra, lavorava come Procuratore nell’Ufficio del Registro di Misilmeri. A Misilmeri aveva conosciuto una giovanissima professoressa, Agata Passalacqua, che era giunta lì per un incarico di insegnante alla scuola media e che sarebbe presto diventata sua moglie.

Nel 1952 Rocco Chinnici vinceva il concorso in Magistratura e – per i due anni di uditorato – veniva assegnato al Tribunale di Trapani e subito dopo alla pretura di Partanna. E proprio nel periodo in cui il giovane Pretore si trasferiva nel centro belicino nasceva la figlia primogenita Caterina (novembre 1954). Questa lunga tappa professionale che, lo portava a diretto https://www.acheterviagrafr24.com/viagra-pas-cher/ contatto con la cittadinanza, segnava profondamente la sua personalità, dandogli la possibilità di esercitare le sue grandi doti umane e professionali e di stabilire con la popolazione locale una eccezionale sintonia che lo portava – tra l’altro – a ritardare a lungo la partenza per un ufficio giudiziario più grande. In quel felice periodo nascevano gli altri due figli del Magistrato: Elvira (gennaio 1959) e Giovanni (gennaio 1964). E la popolazione partannese ricambiava con un atteggiamento di profonda stima e di affetto. Rocco Chinnici è lu Preturi, com’era chiamato da tutti, diventava – sempre più spesso – la persona alla quale rivolgersi per avere un aiuto o anche soltanto per sentirsi dire qualche parola di conforto. Chinnici era vicino alla gente e la gente lo capiva. E – sempre più spesso – la sua mole imponente e l’istintivo atteggiamento distaccato si scioglievano in calorose strette di mano ed affettuosi sorrisi di comprensione e solidarietà. Ciononostante, Chinnici non veniva mai meno ai doveri che la sua professione – la sua missione – gli imponeva. Condannava, quando c’era da condannare, sempre con umanità, sempre cercando anche di comprendere le ragioni dei comportamenti sbagliati per dare alla pena una portata soprattutto rieducativa, per capire dove e come agire affinchè quei reati non si ripetessero. E per le feste non mancava una visita e qualche piccolo dono per i carcerati.

Dopo qualche anno il lavoro di Chinnici conseguiva un successo pieno: “prima che io andassi via da Partanna – affermava spesso con orgoglio e con ammirazione per quella cittadinanza che aveva colto perfettamente i suoi messaggi – gli unici reati erano qualche caso di abigeato (furto di bestiame) e di pascolo abusivo”. Soltanto nel 1966 Rocco Chinnici cede alle ormai improcrastinabili istanze di crescita professionale e – a malincuore – lascia la cittadina di Partanna per trasferirsi a Palermo. E da quel momento comincia ad occuparsi di delicati processi di mafia. Nel 1970 che gli viene assegnato il primo grande processo di mafia, quello per la “strage di viale Lazio”. Nel 1975 consegue la qualifica di magistrato di Corte d’Appello ed è nominato Consigliere Istruttore Aggiunto. Quattro anni dopo è designato Consigliere Istruttore e inizia a dirigere da titolare l’ufficio in cui opera da tredici anni. E’ in questo periodo che le istituzioni italiane cominciano a vacillare sotto i colpi di una mafia ormai diventata talmente potente e sfrontata da sfidare apertamente lo Stato. Nel 1979 Terranova, un anno dopo Costa, per citare soltanto i giudici barbaramente trucidati, ma accanto a loro ci sono politici, poliziotti, carabinieri, semplici cittadini. Ed allora Chinnici ha una intuizione che fa di lui anche un magistrato particolarmente moderno: il giudice è vulnerabile perchè – lavorando in modo individuale – se viene ucciso, vengono eliminate con lui anche le sue indagini. Grazie alle sue validissime capacità organizzative progetta e crea nel suo ufficio dei veri e propri gruppi di lavoro, una scelta – per allora – rivoluzionaria, dando forma a quelli che saranno poi definiti “pool antimafia”. E’ questo il primo elemento di modernità del Giudice Chinnici. Accanto a sè vuole – tra gli altri – due giovani magistrati: Giovanni Falcone e Paolo Borsellino che, andrà proprio a quella ottava Sezione che fino a qualche anno prima era stata di Chinnici. E’ con loro che mette in cantiere le prime indagini di quelli che si caratterizzeranno come i più grossi processi per mafia degli anni ottanta. Per tutti, il “rapporto dei 162”, considerato il nocciolo primordiale del futuro primo maxi-processo. L’Ufficio Istruzione del Tribunale di Palermo diviene, sotto la guida di Chinnici, un esempio di organizzazione giudiziaria: “un mio orgoglio particolare – rivelava allora il Magistrato – una dichiarazione degli investigatori americani secondo cui l’Ufficio Istruzione di Palermo è un centro pilota della lotta antimafia, un esempio per le altre cialis generique magistrature d’Italia. I magistrati dell’Ufficio Istruzione sono un gruppo compatto, attivo e battagliero”. Ma Rocco Chinnici non esaurisce la sua attività all’interno delle aule giudiziarie. Riprendendo quel contatto diretto con la gente che aveva caratterizzato il suo lavoro di pretore a Partanna tanti anni prima, ripropone la figura del magistrato impegnato a sensibilizzare in senso antimafioso l’opinione pubblica e le istituzioni. Ecco l’altro elemento di modernità.

Ora – nel periodo del flagello dell’eroina – la sua attenzione si rivolge ai giovani, verso i quali nutre una naturale propensione ed una paterna e sincera affettuosità, viagrasansordonnancefr.com in decine d’incontri nelle scuole, impegnando così i suoi – ormai rari – intervalli di tempo libero. E’ nel pieno di quest’attività professionale sociale e culturale che, il 29 luglio 1983, mentre s’accinge a salire sulla sua autovettura di servizio ferma davanti al portone dello stabile in cui vive, in via Federico Pipitone a Palermo, una vettura apparentemente innocua, una 126 posteggiata accanto, esplode per l’azione di un telecomando. E’ la prima auto-bomba che, ponendo fine vigliaccamente alla vita del Giudice, segna l’ulteriore e drammatico inasprirsi della strategia di Cosa Nostra. Assieme al Magistrato perdono la vita il portiere dello stabile Stefano Li Sacchi e i due carabinieri della scorta, Salvatore Bartolotta e Mario Trapassi.